La Leggenda / Il Lupo

Se avessi continuato a scrivere con la voglia e il ritmo che mi ha accompagnato sin’ora probabilmente la "leggenda" si sarebbe conclusa in poche settimane. Da alcune invece non riesco a scrivere nulla che sia degno di essere raccontato. La morte di Ettore, improvvisa, prematura e inaspettata ci è catapultata addosso togliendoci ogni parola. E’ nel tentativo di esorcizzarla e riprendere il filo di un discorso che Lui ha fortemente voluto continuasse che mi cimento nel parlarne.

Il Lupo era un contadino.
Ognuno della mia generazione e nel nostro Paese ha avuto la fortuna di essere figlio o nipote di un contadino. Di giocare con la terra, di seminarci, di raccogliere le patate e i pomodori, di vendemmiare e di mostare coi piedi, di svegliarsi la mattina presto con il vocìo in cucina di chi faceva colazione con lambrusco e salame dopo esser stato a mungere nella stalla. E’ la fortuna di chi ha sempre avuto qualcuno per casa, un pò perché avevi bisogno di braccianti per le stagioni che, guai, se andavano a casa a mangiare, un po’ perché la porta del portico era sempre aperta a chi, passando, si ricordava che c’era sempre un piatto in più in una tavolata già numerosa per i tanti fratelli, zii, nonni e cugini.

I fienili e i campi sono stati la palestra dei giochi e dei primi sudori.

Poi ognuno di noi ha lasciato, Ettore no.

Ha continuato a farlo.

Girava col trattore per il Paese come stesse guidando una Ferrari ridendo e salutando tutti quelli che incontrava. Non c’era sabato o domenica che non passasse davanti a noi, annoiati al bar, col sorriso di chi se la godeva del lavoro che stava facendo. Pazzo!, immagino pensassero i più e probabilmente anch’io a quei tempi.

Poi vennero i momenti del lavoro insieme, prima alle feste dell’Unità, in sezione, poi nel pensare e fare il Fuori Orario.

Nel rivedere le tante esperienze passate insieme il tratto che più lo distingue, che l’ha guidato in ogni suo gesto e che l’ha sempre portato ad essere colui che risolveva anche le situazioni in cui ci impantanavamo, è questo esser stato, prima di tutto, contadino. Saltar le coglionate per lui era naturale, fare e raccogliere è sempre stato più importante di dire e lasciar perdere.

Per questo non mi dimenticherò mai la naturalezza con la quale risolse un problema di agibilità con la Commissione di Vigilanza che ci vedeva da ore impegolati a discutere con tanto di Vigili del fuoco, Prefetto, Sindaci, Usl su una questione di 10 centimetri sporgenti di una ringhiera in ferro. Senza dire nulla si alzò, prese il flessibile e incurante delle scintille che cadevano sui pasticcini e sugli abiti "da festa" dei convenuti, tagliò quei dieci centimetri di ringhiera e girandosi verso il gruppo che lo guardava esterefatto disse: "vala bein acsè ?" (va vene così?)

La risposta non potè che essere "Sì, va bene" e ci fecero aprire.

Moltissimi in questi giorni hnno voluto testimoniare la loro solidarietà a noi e ai familiari dimostrando tutto l'affetto che avevano per Ettore. Tra questi ricordo con piacere chi ha detto "adesso avete un motivo in più".

E' vero, abbiamo un motivo in più per andare avanti e un caro amico in meno a farci compagnia ma, evidentemente, la "terra" aveva bisogno di Lui.

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