La Leggenda / Prologo

Alla Casa del Popolo stavamo ormai sbattendo la testa contro il muro quando tra urla,insulti e qualche bestemmia,un urlo, uscito da uno e pensato da tutti, ci mise d'accordo e fece il silenzio: "Andiamo via e cerchiamo un posto".

Nel ripensare, anche insieme, a quel momento a nessuno viene in mente di chi fu quella voce, quasi che quella frase fosse allora talmente condivisa che uscì da sola, indistinta, forse la voce del cuore.
Taneto non è una metropoli, trovare qualcosa che facesse al caso nostro non era facile, intanto doveva essere fuori dai coglioni, ne avevamo piene le balle dei vicini di casa.

I capannoni smessi di una vecchia fabbrica di pneumatici sembrava fare al caso nostro. Telefonammo, ci trovammo e dissero sì. Subito, così, un miracolo.

Quando lo vedemmo per la prima volta ci volle un bello sforzo di immaginazione per capire cosa poteva saltarci fuori. Senza muri, senza bagni, senza porte, coi treni che sfrecciavano ogni cinque minuti.

Fu lì che bevemmo la prima boccia di vino o le prime dieci, per non farci cadere le braccia. Era febbraio e seppur nessuno aveva la benché minima idea da dove partire, già nella testa c'era la convinzione che a settembre avremmo aperto. Fu il rumore dei treni della Milano-Bologna a darci il via.
- Facciamoci una Stazione, mettiamoci dentro un treno.
- Cazzo, dì poco, e dove lo vai trovare un treno?
- Lo facciamo deragliare?!??
- Ma va affanculo!
- Ok, il vagone va bene ma il bancone come lo facciamo?
- Lungo dissi io, il più lungo possibile! Voglio trovarci posto ogni volta che mi vien voglia di bere!
Tutti d'accordo. Alla ricerca.

Cominciarono giorni in cui si viaggiava per strada guardandoci intorno come non avessimo mai visto ciò che ci circondava, scoprimmo anche, forse per la prima volta, il paese. Tutto poteva fare al caso nostro, una casa diroccata per i mattoni, una vecchia stalla, un pezzo di ferro particolare, un vagone, magari!!!.

Stavo andando verso Reggio per una delle solite mattine di merda da passare per Uffici quando lo vidi. Era lì, sul bordo della Via Emilia in mezzo a quintali di ferro vecchio. Non potevo crederci, a due passi da casa un vagone, il nostro vagone, quello che solo il culo di Sacchi potevava farci trovare. Era lì, messo lì quella mattina per farsi vedere da me, farsi prendere da me, me che passavo per andare in una cazzutissima mattina di merda a rompermi le balle per Uffici . Inchiodai, rischiai il tamponamento e mi infilai dal rottamaio.

E' inimmaginabile quanta roba c'è da un rottamaio, comprai il vagone, un cesso di vagone arrugginito, vuoto dentro, completamente sfatto. Unica cosa intatta, fresca in un angolo, una merda di un operaio che non aveva trovato nessun posto migliore. Con tanto di carta igenica. Trasportarlo ci costò di più dei due soldi che lo pagammo, volevano proprio liberarsene e anche al vecchio padrone non pareva vero di aver trovato dei pazzi da sbolognarglielo. Come scese dal camion che lo trasportava così lo lasciammo, non restava che costruirci intorno il resto. Peccato per quei respingenti che sbucavano dalla linea ideale in cui doveva andare il portone, dovemmo toglierli e subito si trasformarono in due meravigliosi tavolini.

Cominciò Lele con una spatolina a rimuovere la prima ruggine, dopo dieci minuti il Lupo era lì con due flessibili, un compressore, un trapano a rotella, cinquanta rotoli di carta vetrata, trenta mascherine, un trattore. Dava sicurezza. L'insonnia ci prese, nessuno riusciva a stringere occhio, alla mattina la Sip aumentava il traffico e le bollette. Bisognava dirsi tutto quel che c'era venuto in mente.

- Dentro ci starebbero bene dei tavolini stile moderno.
- Io ci metterei le panchine vecchie delle stazioni.
- Io ci farei dei separè con le troie!
- Bravo!
- Ma va affanculo!

Si chiudevano tutte così le discussioni e tirarci le fila era più difficile di raschiare i mattoni, intonacare, far di calce. Un problema in meno almeno c'era, nessun dubbio su cosa fare per le ferie. Treno e bancone avevano avuto decisamente la meglio e fu così che per due mesi filati, luglio e agosto, respirammo polveri e colori, calce e sabbia, ruggine e canne mescolate insieme e quasi sempre dal nulla usciva l'idea. Nessuno se ne appropriava, era sempre il frutto di una scoreggia comune, di un odore uguale, di una goccia di sudore dell'ascella del verniciatore di turno, del gavettone improvviso.

Era l'idea che si costruiva nelle nostre teste e aspettava solo che qualcuno meno o più stanco degli altri la dicesse, ma si sapeva già, era già stata digerita, sognata e cagata mille volte nello stesso identico modo e quando qualcuno diceva "a me non piace" c'era sempre di scorta un "vaffanculo"che metteva a tacere.

Gli ultimi giorni furono drammatici. Avevamo fissato la data per l'inaugurazione e mancava ancora tutto. Il portone non c'era, l'impresa che doveva finire i cessi era fallita, il soppalco non aveva la scala e la ringhiera, il bancone non aveva il legno, solo il treno era a buon punto e un altro colpo di culo aveva risolto i dubbi sul cosa metterci dentro. In un capannone di una vecchia festa dell'Unità un compagno aveva pensato di custodire e tenere l'interno originale prima di portare al macello il resto. Con un palo venne via tutto, sedili in arice piegato a mano, lucido come il primo giorno, inciso dalle migliaia di pendolari che avevano fatto della 3^ classe il loro mezzo di trasporto. Viti e bulloni numerati e per Gigio fu un gioco da ragazzi far combaciare il tutto. Anche i tavolini erano già pronti, una volta sul quel vecchio treno i compagni ci avevano fatto un ristorante. Bellissimo.!! Il resto ancora un disastro.

Cominciammo a lavorar di notte, almeno mettevamo avanti le cose che potevamo fare noi, non immaginavamo che la sclero nel frattempo avrebbe avuto la meglio. Liti furibonde, pianti, botte, febbri da cavallo, non ci fermarono. Ogni ostacolo ormai veniva scavalcato a peso morto, nessuna commissione, nessuna Usl, nessun vigile del Fuoco poteva farci tornare indietro.

Aprimmo con i familiari delle vittime della strage di Bologna presenti in sala. Ogni panino portava il nome di un treno che aveva subito un attentato fascista, sul muro le date delle tre stragi, Bologna, Italicus, Rapido 904. Fu subito bello quella sera. Fu subito Fuori Orario.

Franco

commenti