Rassegna stampa
gazzetta di Parma - 03/05/2004 - Amalia, jazz e Salento

Un fascinoso concerto della Grè venerdì al Fuori Orario di Taneto  
Amalia, jazz e Salento  
Scrive, arrangia e produce pezzi di chiara matrice americana  
 
Amalia Grè cantava al Fuori Orario e c'era quasi da non credere alle proprie orecchie. In un periodo nel quale predomina la musica di plastica (e, quando va bene, plastica «vintage») costruita con stampi preconfezionati, ecco che una voce come quella di Amalia Grè, altra figlia di quella terra musicalmente fertilissima che è il Salento, che, però, ha preferito staccarsi dalle tradizioni. La sua voce che, infatti, sembra arrivare direttamente da una lunga esperienza nei locali jazz americani; e, per molti anni, ha veramente vissuto negli States, lavorando e studiando con artisti importanti (Betty Carter, Bobby Mc Ferrin) e frequentando i club più famosi.  
Una bella carriera che forse non avrebbe conosciuto la notorietà di questi giorni se un dj (Alessio Bertallot) non l'avesse scoperta, per caso, e programmata in radio. Ora, Amalia Grè è una delle cantanti più apprezzate, continuamente accostata alle grandi voci della canzone italiana. Canzone intensa nel suo senso più ampio, tanto da poter reggere un concerto in un locale come il Fuori Orario, perfetto per il rock ma sempre un po' «rumoroso» quando la musica si fa raffinata, da ascoltare più che da cantare o ballare. Nonostante questo, il concerto è stato un successo che ha messo in risalto le doti di questa cantante, arrivata al successo non giovanissima ma assolutamente in tempo per goderselo senza eccessi, concedendosi solo qualche posa da «sophisticated lady», forse anacronistica ma comunque in linea con la sua musica. Perché, nonostante la chiara matrice americana (e salvo qualche standard) le canzoni sono da lei scritte, arrangiate e prodotte. Accompagnata da una band multietnica, ha iniziato con un brano nel repertorio di Ella Fitzgerald, I only have eyes for you, per poi passare alle canzoni del suo cd che rivelano la particolare fusione stilistica tra le grandi voci jazz del passato e le più interessanti del presente (Erikha Badu, Norah Jones). E' comunque uno stile personale, forse non perfetto, ma ammaliante nei suoi momenti migliori, apparentemente fragile ma di carattere, tanto da tenere il naturale brusio del Fuori Orario più basso del solito; e quando questo cresce di volume, è il resto del pubblico a pretendere maggior silenzio.  
 
Perché non capita spesso di sentire canzoni come Cuore pallido, che, senza voler far inutili paragoni, rimanda alla Mina degli anni '60. Moon river e Io cammino da sola nel mattino, a metà concerto, sono le più adatte a descrivere Amalia Grè per la sua evidente eleganza misurata: la prima è stata scritta da Henry Mancini per il film Colazione da Tiffany, la seconda esalta la sua vocalità frammentata e avvolgente. La parte finale lascia molto spazio alla band, che suona bene ma senza particolari acuti, il ritmo cresce leggermente, ma non c'è Sogno forse la sua canzone più conosciuta; resta un bel concerto, chiuso con Raggio di sole (nel quale si sente tutta l'influenza della canzone italiana, da Fossati e De Gregori) e lo standard Autumn leaves.  
 
Al termine concede due commenti; il primo è sulla serata: «E' stato un esperimento, perché il luogo ideale sarebbe il teatro, però mi sono divertita. E' un po' come stare a casa di altri: si è liberi ma bisogna stare alle loro regole». Il secondo sulla sua voce: «E' un regalo che arriva dal cielo. Certo, ho studiato tanto, ma il timbro, quello è un vero dono». 
 
Pierangelo Pettenati 
 
 
 


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