









Diario dall'est
Sabato 18 giugno
L’aeroporto Internazionale di Linate è deserto. Bar e
negozi hanno già abbassato da tempo le tapparelle, dopo averci
sollecitato ad uscire. Siamo rimasti noi sei e altri quattro passeggeri,
ad attendere il volo Milano/Kiev delle 23,15.
Da una parte ci rallegriamo nell’immaginarci l’intero aereo
a nostra disposizione, dall’altra, la desolazione che abbiamo
intorno non lascia presagire nulla di confortante rispetto ai luoghi
che ci attendono: Chernobyl, le zone contaminate dell'Ucraina e Bielorussia,
l'ospedale di Gomel. .
Il morale della spedizione però è alto. In ogni partenza
prevale la smania per la nuova avventura, affrontarla poi stravaccati
in tre posti d’aereo ciascuno, è una vera goduria.
Io e Elena siam partiti in rappresentanza del Fuori Orario, Pier Luigi
Senatore per Rock No War! e per il mestiere di giornalista che fa, “e
che non deve dimostrare niente a nessuno” (ce lo ricorda ogni
dieci minuti!-), Pier Luca Ceccarelli chirurgo pediatrico del Policlinico
di Modena, Roberto Rebecchi responsabile regionale di Lega Ambiente
e il fotografo Luigi Ottani, da sempre con noi in queste occasioni
per documentare con le sue immagini ciò che noi non potremmo
mai descrivere meglio.
Arriviamo in piena notte a Kiev e al terzo Mc Donald, che incontriamo
nel raggio di pochi chilometri, mi viene persino il dubbio di aver
sbagliato sponda. Solo le lungaggini, le formalità e la buroKratia
dell’hotel, ci confermano di essere nell' ex Unione Sovietica.
Kiev: due milioni di residenti e circa altrettanti che di giorno l’abitano
in cerca di un occasione per arrivare a sera o per andarsene per sempre
verso il miraggio dell’Europa occidentale. Cinque milioni di
ucraini pare ce l’abbiano fatta e la popolazione del Paese è scesa
dai 45 agli attuali 40 milioni di abitanti.
Kiev: novanta chilometri da Chernobyl.
Kiev: capitale dell’Ucraina, “granaio dell’Urss”,
ma sarebbe meglio dire ex granaio.
Kiev: .....‘fanculo, andiamo a letto e ci vediamo domani.
Domenica 19 giugno.
L’acqua, rigorosamente fredda (di uno dei migliori alberghi
della città) aiuta a riprenderci dalla prima notte insonne e
ad avviarci verso la visita guidata al Museo Nazionale dedicato alla
più grande catastrofe della storia di questo paese:
lo scoppio del quarto reattore nucleare alla centrale di Chernobyl.
I dati della catastrofe sono un pugno nello stomaco e ascoltati tra
le foto di quelli che ci han lasciato la pelle rende tutto estremamente
serio e impressionante.
26 aprile 1986; scoppia un reattore della centrale nucleare.
L’orologio s’è fermato all’una e 25. In un
attimo 10 tonnellate di polveri radioattive si alzano in cielo e, trasportate
dal vento, vanno a spasso per l'Europa.
Mentre nei villaggi vicini, nelle città limitrofe, Kiev compresa,
la popolazione, ignara, continua la normale vita quotidiana.
Sono i finlandesi i primi a dare l’allarme al mondo, convinti
che sia saltata per aria una loro centrale.... e questo la dice lunga
sul livello di radiazioni rilevato.
Le autorità sovietiche tacciono.
Solo il 29 aprile la Pravda da notizia dell’accaduto in fondo
alla prima pagina, con un trafiletto cinque righe soltanto.
Trentasei ore dopo lo scoppio , tramite una radio locale, viene dato
l’ordine di sgomberare Pripyat, cittadina situata a soli tre
chilometri, composta prevalentemente dalle famiglie degli addetti alla
centrale.
I suoi cinquantamila abitanti vengono evacuati con 1100 autobus, tre
treni speciali e la promessa che dopo alcuni giorni sarebbero tornati
nelle proprie abitazioni.
Altri settanta paesi subiscono la stessa sorte nei giorni successivi, mentre a Kiev migliaia di persone festeggiano tranquillamente, per strada, il primo maggio, la festa forse più importante e maestosa che ricorre in Unione Sovietica.
Il silenzio sui dati e le cifre della spaventosa catastrofe sono stati tenuti nascosti così bene che solo oggi, ascoltando le parole della ragazza che abbiamo di fronte e, soprattutto, non potendo evitare gli sguardi dei tanti, tantissimi bambini colpiti dalle radiazioni, ci rendiamo conto della portata del disastro e di quanto, anche a noi, siano arrivate solo notizie parziali.
600.000 “liquidatori” si sono occupati dei lavori di bonifica.
Si calcola che almeno la metà siano morti, negli anni successivi,
per le radiazioni alle quali sono stati esposti.
98.000 militari sono intervenuti nelle pratichje di sgombro e disinfestazione.
5.000 di loro sono stati inviati sui tetti della centrale, con un badile
in mano e privi di ogni protezione, per togliere le polveri e i detriti
accumulati. Tre minuti, in cambio di un anno di leva. Cinque son morti
subito, degli altri non si conosce la fine.
Nessuna statistica, nessuna ricerca si è occupata di seguire
lo stato di salute di chi è stato direttamente a contatto con
la centrale nei giorni immediatamente successivi al disastro.
Gli unici dati certi restano i 38 morti all’atto dell’esplosione.
I 5 soldati e le tremila persone che ogni anno, nella sola città di
Kiev, vengono ricoverati per problemi legati alla tiroide.
Problemi questi che sono i soli ad essere riconosciuti, dall’attuale
ricerca scientifica (particolarmente arretrata sul tema) come causa/effetto
dell’esposizione a radiazioni nucleari.
In realtà potrebbero essere tanti i “malanni”, generatori
di morte, che oggi ancora non sono catalogabili come conseguenza delle
radiazioni subite nel disastro.
Disastro che, ovviamente, non è circoscritto all’interno dei confini del Paese costruttore.
La Bielorussia ha subito conseguenze drammatiche. Si calcola che il
70% delle polveri radioattive siano cadute sul loro territorio, l’altro
30% è disseminato in giro per l’Europa, solo Spagna e
Portogallo sono stati risparmiati.
Noi abbiamo avuto la nostra bella razione.
Le falde acquifere dell’Ucraina sono seriamente compromesse.
L’aver sepolto le case dei villaggi evacuati s’è dimostrato
un tragico errore.
Il Mar Nero è contaminato, con buona pace della Turchia e degli
altri Stati confinanti.
A questo è da aggiungere che sono oggi 450 le centrali nucleari
sparse per il mondo.
Chissà in quali condizioni e con quali livelli di sicurezza!?
Usciamo dal museo impauriti.
E pensare che oggi c’è gente che vorrebbe ricorrere a
questo tipo di energia anche nel nostro Paese...
Un giro da queste parti, almeno per questo, sarebbe salutare!
Per distrarci, nel pomeriggio giriamo a caso per il centro della città,
ripercorrendo i luoghi teatro della recente rivoluzione arancione.
Le imponenti strutture in austero stile sovietico soffocano quanto
di bello è restato delle storiche costruzioni.
La gente però sembra “sollevata” da un incubo e
ansiosa di godere della nuova libertà conquistata.
La via centrale è piena di ragazzi. Per il caos che ci circonda
mi sembra di stare sulle Ramblas.
Dalla quantità di birra che bevono i ragazzi ad ogni ora della
giornata, intuiamo che è ancora l’alcolismo una delle
piaghe maggiori di questo luogo.
Verso sera ci infiliamo in un ristorante tradizionale e proviamo a
non esser da meno.....
L’indomani ci attende una tappa preoccupante, la visita alla
centrale nucleare è meglio farla con un pò di vodka dentro.
Lunedì 20 giugno - visita a chernobyl
Il programma della giornata era conosciuto da tempo e le note informative che lo annunciavano non erano certo di buon auspicio...”Lunedì 20 giugno ’05 visita alla centrale nucleare di Chernobyl e alla Città abbandonata di Pripyat. E’ consigliabile utilizzare per questa giornata capi di abbigliamento ai quali non tenete particolarmente, poiché preferibile poi gettarli a fine giornata”
Con una premessa così non c’era tanto da star allegri, ma
sono state soprattutto le informazioni del giorno prima che a me han fatto
decisamente andar via la voglia di visitare la centrale.
I temerari compagni di viaggio però non hanno alcun dubbio: si parte.
Percorriamo i novanta chilometri che ci separano dal luogo del disastro
in un clima di apprensione crescente anche perchè lungo tutto il
percorso non incontriamo anima viva. Solo la vegetazione che ci circonda
sembra volerci rasserenare. Un verde straordinariamente rigoglioso sovrasta
la strade e non lascia intravedere nulla al di là dei fitti boschi
di betulle.
Una battuta continua a circolare sul pulmino: “Ma siam sicuri che
le radiazioni facciano male???”
Un grosso cartello col simbolo di "pericolo radiazioni" e un
posto di blocco nel quale ci controllano minuziosamente fanno intuire che
la centrale è vicina.
All’orizzonte le betulle lasciano posto ad un intricatissimo agglomerato
di tralicci in ferro che trasportano cavi di corrente. Sembra proprio una
foresta di ferro; se ne contano a migliaia e son talmente fitti che a malapena
lasciano scorgere, in lontananza, le ciminiere della centrale.
Siamo arrivati, la centrale nucleare di Chernobyl è davanti a noi,
a poche centinaia di metri, scendiamo e la guardiamo come impietriti. Scattiamo
di nascosto tutte le foto possibili, immaginando che da lì a poco
ce lo avrebbero impedito.
Infatti così è.
Appena i responsabili della centrale ci “prendono in consegna” si
affrettano a comunicare che è vietato fotografare o riprendere con
telecamere.
Con estrema cortesia ci fanno accomodare in quella che sembra essere stata, da sempre, la sala di ricevimento per i visitatori della centrale in attività e, con innata diplomazia e “professionalità” raccontano solo ciò che possiamo conoscere.
Tra le informazioni più interessanti annotiamo che solo nel 2001 è stato
spento l’ultimo reattore nucleare in funzione, che a seguito di questo
provvedimento circa settemila lavoratori sono stati licenziati e solo in
tremila oggi lavorano presso la centrale. Il rammarico col quale viene
raccontato ci fa immediatamente comprendere la drammaticità della
situazione di coloro che vivono e lavorano “grazie” alla centrale.
Ad una mia banalissima domanda del tipo: “Ma perchè continuate
a lavorare qui?” mi viene risposto nell’unico modo possibile: “Dobbiamo
pur mangiare, dobbiamo pur vivere”.
Le guide, dopo avere lungamente illustrato la maestosità del progetto
Chernobyl, ci accompagnano in un altro lato della centrale dove è perfettamente
visibile il sarcofago con quale è stato ricoperto, alla bene e meglio,
il reattore esploso.
E’ proprio da questo sarcofago che oggi scaturiscono i più grossi
problemi di sicurezza. Migliaia di metri di crepe lasciano uscire enormi
quantità di radiazioni e nessuno osa più avvicinarsi (con
i mezzi che hanno a disposizione) e provare a porci rimedio.
Si spera in un progetto franco/americano, ancora in fase di studio, ma
si spera soprattutto nei soldi. Nei tanti soldi promessi dagli occidentali
per poter mettere una pezza ad un disastro di cui non si conosce la fine.
Certamente loro, con i loro mezzi, non sono in grado di fare assolutamente
nulla.
Guardiamo con apprensione l’orologio. Sono gia passate circa due
ore da quando siamo entrati....Cominciamo a scalpitare.. Le guide se ne
accorgono e ci accompagnano al pulmino, salgono con noi per farci da “cicerone” anche
nell’ultima tappa della nostra visita: la città morta di
Pripyat.
Lo spettacolo ha dell’incredibile. Una città dall’aspetto
spettrale, arrugginita, saccheggiata di ogni oggetto commerciabile, con
i suoi hotel, cinema, piazze maestose, che in passato avevano testimoniato
i fasti dell’impero sovietico, oggi ne rappresentano, alla perfezione,
l’inesorabile crollo.
Forse solo in qualche film mi sembra di aver visto qualcosa del genere.
Ma oggi è diverso. Quel che abbiamo di fronte è la drammatica
realtà di una cittadina di cinquantamila abitanti costretti ad abbandonare
per sempre le loro case portando con se solamente le radiazioni che avevano
addosso.
Confido nelle immagini di Luigi per riuscire a far comprendere meglio ciò che abbiamo visto.
Abbandoniamo la città morta e affrontiamo in silenzio i 400 chilometri che ci separano da Gomel, la cittadina Bielorussa nella quale andremo a visitare l’ospedale e il progetto di solidarietà finanziato dal Fuori Orario.
Degne di nota sono:
le 15 auto che complessivamente incontriamo nel tragitto
i cinque posti di blocco che incontriamo lungo la linea di confine con
la Bielorussia
le cinque ore che perdiamo inutilmente nei suddetti
i cinque kili di maroni che, a testa, ci vengono prima di arrivare a destinazione.
Notte cari...
Martedì 21 giugno - l'ospedale di Gomel
Abbiamo passato la notte in un centro di accoglienza per bambini.
Oggi la politica delle principali associazioni che si sono adoperate per aiutare i colpiti dal disastro nucleare è quella di intervenire nel luogo in cui vivono e di limitare il più possibile le iniziative di accoglienza in Italia.
Il centro che ci ha ospitati è proprio uno di quelli costruiti, in
un area decontaminata, a seguito di questa scelta; scelta che anche noi condividiamo
pienamente.
Tra le famiglie e i bimbi ospitati in Italia si creava un rapporto talmente
stretto e “privilegiato” che una volta rientrati nel loro Paese
i bambini trovavano enormi difficoltà nel riadattarsi al loro tenore
di vita e, in altri casi, continuando a ricevere aiuti in danaro, si differenziavano
in modo abnorme rispetto ai loro coetanei, assumendo spesso comportamenti
da “boss” del quartiere.
Il saluto dei bambini mentre lasciamo la comunità è travolgente, li attirano in particolare le nostre macchine fotografiche, Luigi poi, non è certo il tipo da dover pregare a lungo per convincerlo a scattare, soprattutto se ha davanti tutti quei i volti sorridenti.
Non vediamo l’ora di arrivare all’ospedale della città. E’ li che sono destinati i soldi raccolti, grazie al contributo di 0,50 centesimi a consumazione, dai soci del Fuori Orario. E’ li che il prossimo ottobre inaugureremo la sala di terapia intensiva che i medici del Policlinico di Modena (che da anni collaborano con l’Ospedale di Gomel, insieme a Legambiente) hanno individuato come intervento prioritario per diminuire drasticamente i casi di decesso infantile post operatorio.
L’ospedale si presenta come la solita struttura in puro stile sovietico
circondata da impalcature che testimoniano dei tanti lavori in corso. Esattamente
come i nostri ospedali.
Anche il caos che vi regna all’interno assomiglia molto a quello italiano
seppur il via vai di persone, malate e no, giovani e anziane, medici e muratori, è una
loro specifica caratteristica, dalla quale comprendiamo bene quanto necessario
sia il nostro intervento.
I bambini operati sono particolarmente sensibili alle infezioni di ogni tipo
e l’ambiente che li circonda oggi è senza ombra di dubbio una
fucina di microbi.
Impressiona l’alto numero di ricoverati (contiamo più di 60 bambini
nel solo reparto di chirurgia infantile) e l’alto numero di interventi
(ogni quarto d’ora il medico che ci accompagna ci saluta con “scusate,
mi aspettano in sala operatoria”).
Ne approfittiamo per curiosare, fotografare e scherzare con i piccoli ammalati.
I bambini presentano patologie di ogni tipo, alcune quasi sconosciute nel
nostro paese e spesso determinate da una carenza di vitamine, igiene, cattiva
alimentazione,....radiazioni.
E’ Pier Luca a far da “cicerone” questa volta (lui è uno
dei chirurghi del Policlinico di Modena che già ha frequentato per
lunghi periodi l’ospedale di Gomel, lavorando fianco a fianco con i
colleghi bielorussi) e anche lui è sorpreso per alcuni casi che gli
si presentano davanti.
Un bimbo, per una rarissima forma di infezione, è stato appena operato
ad una gamba. L’infezione mangia dall’interno l’osso rendendolo
talmente debole da sbriciolarsi.
Un altro è affetto da una malattia sconosciuta allo stesso Pier Luca.
Una difficoltà di circolazione, mista a carenze di ogni tipo, gli atrofizza
le estremità degli arti rendendoli insensibili e necessari di amputazione.
Insomma....un macello.
La stanza che sarà adibita a sala di terapia intensiva è quasi
pronta, mancano i fondi per essere ultimata ma, insieme al direttore dell’ospedale,
andiamo in banca per fare il versamento che, in base ai preventivi prodotti,
servirà a coprire tutte le spese previste.
Se non l’avessi visto coi miei occhi difficilmente credei ai racconti
di quanto sia complicato fare un versamento in banca in Bielorussia. Almeno
sette persone, con sette compiti distinti, sono stati coinvolti nell’operazione
bancaria. Basta dire che l’incarico di una ragazza era quello di accompagnarci
dal secondo piano al primo. Punto, solo quello.
Già alla frontiera i primi sintomi del fare sovietico si erano espressi
in tutto il loro splendore: uno che guarda il passaporto, una che guarda il
baule, uno che timbra il passaporto, uno che alza la sbarra, uno che fa la
guardia, uno che fa sì con la testa....Probabilmente un modo per tenere
occupata un pò di gente, ma non certamente per velocizzare le pratiche.
Senatore è implacabile: “Et vist perchè ien crolè??! ” (hai
visto perchè son crollati??!).
E lo dice chiaramente rivolto a me, che nel gruppo sono l’unico a vantare
un passato comunista di tutto rispetto!!
Non posso che annuire e subire il colpo.
Lasciamo l’ospedale contenti per aver fatto il nostro dovere e raccolto quante più immagini utili a documentare ai nostri soci quanto il Fuori Orario sta facendo. Dedicheremo sicuramente una cena di “controinformazione” per presentare il viaggio e tentare di sopperire a quella cappa di silenzio che regna intorno ai drammi causati dall’incidente nucleare. E al nucleare in genere.....
Ci attendono altri 400 chilometri in pulmino (che chiamarlo pulmino è un
grosso complimento) e il culo comincia ad essere decisamente provato. Ma la
destinazione è Minsk, capitale della Bielorussia, paese governato ancora
da una rigida dittatura filosovietica, che si evidenza immediatamente ai nostri
occhi nell’ordine e nella pulizia che regna ovunque. Nei grandi viali,
nelle immense piazze, nei monumentali palazzi squadrati, dalla quantità di
alcool ingerito dai ragazzi .
Ma è anche il luogo dal quale dobbiamo partire per tornarcene a casa.
Resta solo il tempo per gli ultimi acquisti.
Una che vende il souvenir, una che vende la carta, una che incarta, una
che sorride...







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